Natale bizantino

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Messaggio  Aster_x il Lun Apr 08, 2013 8:59 pm

Natale bizantino
di Tancredi Massimiliano Shatille Cenci




Molto tempo fa, nella provincia della Licia, terra che era, sino a pochi anni or sono, dei bizantini, e che oggi invece è ottomana, viveva in una piccola città un sacerdote conosciuto da tutti come Padre Nicola.
Costui era sempre prodigo di aiuti nei confronti della comunità parrocchiale, sempre pronto ad aiutare i fedeli e le sue prediche colpivano chiunque per il loro vigore e per la loro capacità di penetrare i cuori e le menti di chi ascoltava.
Ma Padre Nicola non era uno di quei parroci, tanto comuni, ahimè, ai nostri tempi, che predicava in un modo e agiva in un altro. Egli non lesinava mai il giusto soccorso per la gente in difficoltà. Se nella sua comunità c'era un affamato egli non mancava di portargli un pezzo di pane, una minestra, un frutto, se qualcuno cadeva in malattia, fosse anche la più temibile e mortale, non tardava a recarsi al capezzale dello sfortunato per assisterlo e fargli preparare intrugli medicinali che potessero, se non guarirlo, quanto meno lenire le sue pene. Quando poi, l'umana pietà risultava impotente di fronte alla morte inesorabile – questo giudice inflessibile che non permette appello – allora con la massima dedizione si raccoglieva in preghiera per la salvezza della sua anima.
Ma dove Padre Nicola meglio mostrava la sua bontà, la sua pietà, la sua carità aristotelica, era verso i fanciulli, che egli considerava le creature più simili agli angeli che esistessero in Terra.
Con una pazienza e un entusiasmo fuori dal comune raccoglieva attorno a sé tutti i fanciulli di strada per insegnar loro i rudimenti del Catechismo e la Parola di Dio. Cercava di metterli sulla retta via, ammonendoli quando sbagliavano e premiandoli quando agivano secondo i suoi precetti. Ai più svegli e volenterosi di loro, ma manchevoli dei mezzi per pagare un precettore, il buon pastore insegnava anche a leggere e scrivere.
Il nostro buon Padre era, per queste sue virtù, da tutti amato, ed egli tutti amava; mai sentimento di odio o di rancore lo aveva sfiorato, nemmeno verso i prepotenti e gli abietti, verso cui semmai provava una grande compassione, sapendo la loro anima destinata alla dannazione eterna.
Un dì che il Natale si avvicinava e il gelo e le intemperie si accanivano su quell'umile villaggio con più forza del solito, trovandosi nella sagrestia della piccola chiesupola in cui ogni giorno celebrava le funzioni, si rivolse al suo sagrestano, da tutti conosciuto col nome di Camillo, e disse:
“Mio buon amico, sono molto preoccupato”.
“Cosa vi attanaglia il cuore, Padre?” replicò quello “le offerte questo mese sono state più generose del solito, la legna arde nel camino, il Natale, giorno di giubilo, è ormai prossimo, non siate inquieto ora, perché ci saranno momenti in cui le ragioni per esserlo non vi mancheranno. Rilassatevi, leggete il vostro breviario, vi preparo una tazza di latte appena munto...”
“Ma cosa dici, Camillo? Con tutte le difficoltà che ci sono ti preoccupi della legna del nostro camino e del latte della nostra vacca?... a proposito la doneremo alla famiglia più povera del villaggio...”
“Ma Padre!” lo interruppe il sagrestano “quella vacca è un regalo di un nostro parrocchiano, e il più generoso, non possiamo darla via o se ne avrebbe a male...”
“Il più generoso e il più ricco” riprese il parroco “a noi non serve, abbiamo di che nutrirci... ma non interrompermi sempre, benedetto uomo, che sono vecchio e smemorato e mi fai perdere il filo del discorso...” Poi poggiandosi una mano sul capo nello sforzo di ricordare, riprese “Dicevo che ci sono problemi da risolvere, nella nostra comunità e non è il momento di restare in ozio...”
“Ma Padre” lo interruppe ancora Camillo “Non affaticatevi troppo, fuori si gela, quest'anno l'inverno è stato più rigido del solito, statevene per una volta tranquillo al caldo, domani si vedrà il da farsi...”
“Domani sarà tardi!”
“Ma insomma, ditemi una buona volta cos'è che vi rende agitato!”
“Lo stavo appunto dicendo prima che tu mi interrompessi...” di nuovo ponendosi la mano sul capo “Ricordi lo scorso Natale cosa accadde, caro il mio sagrestano?”
“Sì!” rispose Camillo con un'espressione estasiata “Un ricco forestiero ci regalò un cavallo bellissimo che voi vendeste ricavandoci molti quattrini...”
“Già” continuò il prete “E potemmo così comprare cibarie e vestiti di lana per la gente” al che l'espressione del sagrestano si rabbuiò leggermente “Ma non mi riferivo a questo, mio buon Camillo, bensì a come appariva tetra e desolata la nostra chiesa quel Natale...”
“Ma Padre! accessi tante candele quante mai prima di allora, pulii la cappella da cima a fondo, sistemai ghirlande ovunque, la chiesa era uno splendore!...”
“O Immenso Aristotele!” esclamò il sacerdote senza lasciarlo proseguire “Tappa la bocca a questo sciagurato... Come può, secondo te, essere allegra una chiesa che manchi dell'elemento indispensabile, ovvero la gente? Con tutti gli addobbi che puoi mettervi essa apparirà sempre spoglia e misera senza dei fedeli che vi accorrano!... Quell'anno, e quello prima ancora e molti altri prima di quello, rimanemmo senza fedeli pronti ad ascoltare la messa di Natale...”
“Be' cosa possiamo farci noi” intervenne ancora Camillo “se la gente è miscredente e rinnega la propria fede al punto da disertare la messa di Natale...?”
“Camillo, Camillo! Lo sai anche tu che quella povera gente non venne non per mancanza di fede, ma perché i rigori dell'inverno e la neve, che quell'anno cadde copiosa al pari di questo, la costrinsero nelle case, o nelle capanne, intenta a cercare di riscaldarsi bruciando qualche ramo e foglia secca...” Qui il sagrestano mugugnò qualcosa ma Padre Nicola lo ignorò e andò avanti “Vorresti quindi tu, che quel triste accaduto abbia a ripetersi a causa della nostra indolenza?”
“Ma Padre!” proruppe questa volta ad alta voce Camillo “Cosa potremmo mai fare noi? Non possiamo mica spalare tutta la neve che Aristotele ci ha mandato! Cosa possiamo fare noi due vecchi e malandati contro la potenza degli elementi?”
“O Santi Numi! Aiutatelo!” Urlò il prete “Pensi che il Signore ci abbia dato anche la testa come addobbo natalizio, invece che per renderci in grado di pensare? Raccogliti in preghiera e chiedi all'Altissimo di darti un briciolo di ingegno, chissà che non esca una buona idea da quella testaccia dura che ti ha dato!...”
“E va bene, va bene!” piagnucolò il pover'uomo “Non c'è bisogno di gridar tanto, che diamine! Vado a controllare la vacca nella stalla che ho sempre paura che qualche ladrone la rubi...” Più per allontanarsi dalle urla del suo amico che preoccupato dal possibile furto.
E mentre il parroco andava imprecando “Razza di malfidato chi mai dovrebbe derubarci? Perché Aristotele invece della neve non manda un fulmine contro di lui? ” il sagrestano mugugnava “vecchio brontolone e smemorato, che Aristotele gli faccia venire un accidente così la smette di gridare con quella voce stridula!”. E qui lasciamo al lettore decidere chi dei due la Provvidenza dovesse colpire, se il parroco, con un accidente improvviso o il sagrestano, con un fulmine.
Quel che è certo è che i due dopo quel battibecco non si parlarono per tutto il giorno, Camillo andò a bersi il latte della vacca pur se non ne aveva voglia e a costo di uscire al freddo – lui che soffriva di reumatismi – solo per far dispetto al prete, mentre quest'ultimo tolse qualche tronco di legno dalla catasta, e di quelli più pesanti, facendo una fatica immane per i suoi anni e i suoi acciacchi pur di nasconderlo alla vista del sagrestano come scaramuccia, ripomettendosi, come scusante di fronte a Colui che tutto vede, di donarlo al villaggio (cosa che però non fece mai non per negligenza ma perché se ne dimenticò del tutto).
I giorni passavano, la Vigilia era ormai giunta, faceva sempre più freddo e la coltre di neve era sempre più folta. La gente doveva arrangiarsi con gli avanzi di cibo che aveva cercando un po' di tepore vicino alle flebili fiamme di qualche rametto, o nelle stalle tra le bestie gracili e della paglia.
I nostri, come tutti gli anni, passarono quella giornata a litigare; risparmieremo al lettore le urla di Padre Nicola che insisteva per fare qualcosa, anche se non si capiva bene cosa, e i brontolii di Camillo che preferiva starsene al calduccio, trovando sempre una scusa valida per restare indolente.
Fatto sta che a un certo punto della lite scappò detto al sagrestano spazientito: “vecchio bacucco rincitrullito! Saresti capace con questo freddo di farci andare con una slitta casa per casa a dire messa!...” Il poveretto, che solitamente tollerava gli impeti d'ira di Padre Nicola ebbe subito a pentirsi di questa sua invettiva e si morse la lingua, timoroso della reazione di colui che aveva appena apostrofato, ma, con sua grande sorpresa, il prete non imprecò, non afferrò la sua pastorale per menargliela sul capo (come faceva nei momenti di ira più grande) ma si arrestò di colpo sbarrando gli occhi, al punto che Camillo stette per preoccuparsi, credendolo colto da un infarto.
Invece il sacerdote si avvicinò a lui sorridendo e lo abbracciò, e questa volta il povero aiutante lo credette in preda alla pazzia.
“Che idea favolosa che hai avuto amico mio!” Esclamò ridendo Padre Nicola “lo vedi che da quella zucca ogni tanto esce fuori qualcosa di buono? Lo vedi che non sei sprovvisto di ingegno? Se quel brav'uomo di tuo padre avesse potuto farti studiare a quest'ora saresti di certo un dottore sapientissimo!...”. Camillo, accolse con gioia tutti quei complimenti inaspettati, tanto più in quanto provenienti da un uomo generoso in tutto tranne che in quelli, schernendosi, chinando il capo, arrossendo, visibilmente lusingato, pur senza sapere di quale prodigio fosse stato l'inconsapevole autore.
Ma Padre Nicola, uomo dal cuore nobile, sì, ma pur sempre uomo, che dalla sua lunga esperienza di prediche e confessioni aveva imparato molto del cuore degli uomini, aveva appreso che lì dove il bastone non serviva a convincere bisognava ricorrere alla lusinga per piegare una volontà. recalcitrante, e, per esserne certi, aggiungere alla gratificazione dello spirito quella del corpo
“Tanto è ingegnosa la tua idea, amico mio” disse “che ti farò mangiare qualche castagna, di cui so che tu sei ghiotto, se mi aiuterai a metterla in pratica”
“Ma certo Padre!” disse il poveretto ormai vinto del tutto, dimentico della lite appena conclusa, pregustando la vista, l'odore e il sapore delle castagne sul fuoco “Tutto quello che volete per farvi contento!” e al culmine della gioia disse, per ischerzo, “Potrei anche accompagnarvi sulla slitta casa per casa!” e scoppiò a ridere assieme all'amico. Ma pian piano un dubbio si insinuò nella mente dell'ingenuo sagrestano, finché, dopo un'occhiata al suo adulatore, quel dubbio divenne certezza, e tutta la gaiezza scomparve dal volto dello sfortunato.
Frattanto il parroco aveva già avviato i preparativi, aveva preso una pelle di montone per entrambi – che avrebbero dovuto essere presto vendute al mercato per ricavarci delle offerte per i poveri – e dei legnetti. Poi passò una pelle all'amico dicendogli, senza aver smarrito il buon umore che invece aveva abbandonato del tutto quest'ultimo “Con queste il freddo non potrà fermarci. Con queste invece” e indicò le fascine di legno “costruiremo le nostre slitte. Forza, mio ingegnosissimo amico, al lavoro!”.
Dopo un'ora abbondante ebbero ultimato i loro veicoli e Camillo era già stremato dalla fatica che invece sembrava sorprendentemente non sfiorare nemmeno Padre Nicola.
“Adesso, mio caro” Disse questi a opera completata “Siamo quasi pronti, ma non si è mai visto che ci si reca a casa della gente senza qualcosa in dono”
“Ovviamente no...” acconsentiva Camillo con la morte nel cuore.
“Per questo porteremo qualche cosa per i fanciulli, un po' di latte, della frutta, del pane e qualche dolce... molti di loro non sanno nemmeno cos'è il Natale, ebbene devono sapere che è una lieta novella, un evento gioioso...”
“Gioioso, sì...” annuiva Camillo, sebbene quelle parole contrastassero nettamente con lo stato d'animo leggibile in viso. Caricarono la roba in un sacco, legarono due cani alla slitta, e si avviarono.
Così, in quella fredda notte di Natale, le persone del villaggio videro una bizzarra carovana composta da un sacco pieno di vivande e due individui infreddoliti e ricoperti di neve avvolti nei loro mantelli trainati da povere bestiole. E le risa, l'allegrezza, la gioia conquistarono i volti prima tetri degli abitanti e soprattutto dei più piccoli. Padre Nicola impartiva qualche precetto ai pargoli, condendo il tutto con favole e racconti spacciati per veritieri, per rendere più interessante la narrazione, mentre Camillo divorava con gli occhi le cibarie destinate a coloro che li avevano accolti, cercando di sgraffignare qualcosa senza essere visto dal prete, che invece puntualmente lo coglieva in fallo punendolo con una staffilata sulle mani (scenetta che non mancava mai di suscitare copiose risa tra il pubblico, soprattutto quello più giovane).
Quel Natale, insomma, piacque tanto a tutti, tranne che al povero Camillo, che ogni anno i due non mancarono di recarsi, sulla loro slitta di fortuna, casa per casa, a portare il dono del Natale e lo stesso sagrestano, prima reticente, finì col prenderci gusto.
Un giorno Padre Nicola e il sagrestano Camillo morirono. Ma altri vollero tenere in vita e tramandare questa tradizione che così giunge fino a noi, a testimoniarci la felicità che porta il Natale, quello degli uomini generosi e probi, che senza aspettare qualcosa in cambio impiegano il loro ingegno e le loro forze nel donare un po' di letizia agli abitanti del proprio villaggio.

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